Реферат: Dante alighieri la divina commedia
DANTE ALIGHIERI
LA DIVINA COMMEDIA
Inferno
Canto I
A Dark Wood
The Dark Wood of Error
1 Nel mezzo del cammin di nostra vita
2 mi ritrovai per una selva oscura
3 ché la diritta via era smarrita.
4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5 esta selva selvaggia e aspra e forte
6 che nel pensier rinova la paura!
7 Tant’è amara che poco è più morte;
8 ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9 dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
10 Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11 tant’era pien di sonno a quel punto
12 che la verace via abbandonai.
13 Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14 là dove terminava quella valle
15 che m’avea di paura il cor compunto,
16 guardai in alto, e vidi le sue spalle
17 vestite già de’ raggi del pianeta
18 che mena dritto altrui per ogne calle.
19 Allor fu la paura un poco queta
20 che nel lago del cor m’era durata
21 la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
22 E come quei che con lena affannata
23 uscito fuor del pelago a la riva
24 si volge a l’acqua perigliosa e guata,
25 così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26 si volse a retro a rimirar lo passo
27 che non lasciò già mai persona viva.
28 Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29 ripresi via per la piaggia diserta,
30 sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
31 Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32 una lonza leggera e presta molto,
33 che di pel macolato era coverta;
34 e non mi si partia dinanzi al volto,
35 anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36 ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
37 Temp’era dal principio del mattino,
38 e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39 ch’eran con lui quando l’amor divino
40 mosse di prima quelle cose belle;
41 sì ch’a bene sperar m’era cagione
42 di quella fiera a la gaetta pelle
43 l’ora del tempo e la dolce stagione;
44 ma non sì che paura non mi desse
45 la vista che m’apparve d’un leone.
46 Questi parea che contra me venisse
47 con la test’alta e con rabbiosa fame,
48 sì che parea che l’aere ne tremesse.
49 Ed una lupa, che di tutte brame
50 sembiava carca ne la sua magrezza,
51 e molte genti fé già viver grame,
52 questa mi porse tanto di gravezza
53 con la paura ch’uscia di sua vista,
54 ch’io perdei la speranza de l’altezza.
55 E qual è quei che volontieri acquista,
56 e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57 che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
58 tal mi fece la bestia sanza pace,
59 che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60 mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
61 Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63 chi per lungo silenzio parea fioco.
64 Quando vidi costui nel gran diserto,
65 «Miserere di me», gridai a lui,
66 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
68 e li parenti miei furon lombardi,
69 mantoani per patria ambedui.
70 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71 e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
73 Poeta fui, e cantai di quel giusto
74 figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75 poi che ‘l superbo Ilión fu combusto.
76 Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77 perché non sali il dilettoso monte
78 ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
79 «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80 che spandi di parlar sì largo fiume?»,
81 rispuos’io lui con vergognosa fronte.
82 «O de li altri poeti onore e lume
83 vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84 che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
85 Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;
86 tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87 lo bello stilo che m’ha fatto onore.
88 Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
89 aiutami da lei, famoso saggio,
90 ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
91 «A te convien tenere altro viaggio»,
92 rispuose poi che lagrimar mi vide,
93 «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
94 ché questa bestia, per la qual tu gride,
95 non lascia altrui passar per la sua via,
96 ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
97 e ha natura sì malvagia e ria,
98 che mai non empie la bramosa voglia,
99 e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
100 Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101 e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102 verrà, che la farà morir con doglia.
103 Questi non ciberà terra né peltro,
104 ma sapienza, amore e virtute,
105 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
106 Di quella umile Italia fia salute
107 per cui morì la vergine Cammilla,
108 Eurialo e Turno e Niso di ferute.
109 Questi la caccerà per ogne villa,
110 fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111 là onde ‘nvidia prima dipartilla.
112 Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113 che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114 e trarrotti di qui per loco etterno,
115 ove udirai le disperate strida,
116 vedrai li antichi spiriti dolenti,
117 ch’a la seconda morte ciascun grida;
118 e vederai color che son contenti
119 nel foco, perché speran di venire
120 quando che sia a le beate genti.
121 A le quai poi se tu vorrai salire,
122 anima fia a ciò più di me degna:
123 con lei ti lascerò nel mio partire;
124 ché quello imperador che là sù regna,
125 perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126 non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
127 In tutte parti impera e quivi regge;
128 quivi è la sua città e l’alto seggio:
129 oh felice colui cu’ ivi elegge!».
130 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
131 per quello Dio che tu non conoscesti,
132 acciò ch’io fugga questo male e peggio,
133 che tu mi meni là dov’or dicesti,
134 sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135 e color cui tu fai cotanto mesti».
136 Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Canto II
Entry
The Descent
1 Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
2 toglieva li animai che sono in terra
3 da le fatiche loro; e io sol uno
4 m’apparecchiava a sostener la guerra
5 sì del cammino e sì de la pietate,
6 che ritrarrà la mente che non erra.
7 O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
8 o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
9 qui si parrà la tua nobilitate.
10 Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
11 guarda la mia virtù s’ell’è possente,
12 prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
13 Tu dici che di Silvio il parente,
14 corruttibile ancora, ad immortale
15 secolo andò, e fu sensibilmente.
16 Però, se l’avversario d’ogne male
17 cortese i fu, pensando l’alto effetto
18 ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale,
19 non pare indegno ad omo d’intelletto;
20 ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
21 ne l’empireo ciel per padre eletto:
22 la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,
23 fu stabilita per lo loco santo
24 u’ siede il successor del maggior Piero.
25 Per quest’andata onde li dai tu vanto,
26 intese cose che furon cagione
27 di sua vittoria e del papale ammanto.
28 Andovvi poi lo Vas d’elezione,
29 per recarne conforto a quella fede
30 ch’è principio a la via di salvazione.
31 Ma io perché venirvi? o chi ‘l concede?
32 Io non Enea, io non Paulo sono:
33 me degno a ciò né io né altri ‘l crede.
34 Per che, se del venire io m’abbandono,
35 temo che la venuta non sia folle.
36 Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
37 E qual è quei che disvuol ciò che volle
38 e per novi pensier cangia proposta,
39 sì che dal cominciar tutto si tolle,
40 tal mi fec’io ‘n quella oscura costa,
41 perché, pensando, consumai la ‘mpresa
42 che fu nel cominciar cotanto tosta.
43 «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
44 rispuose del magnanimo quell’ombra;
45 «l’anima tua è da viltade offesa;
46 la qual molte fiate l’omo ingombra
47 sì che d’onrata impresa lo rivolve,
48 come falso veder bestia quand’ombra.
49 Da questa tema acciò che tu ti solve,
50 dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi
51 nel primo punto che di te mi dolve.
52 Io era tra color che son sospesi,
53 e donna mi chiamò beata e bella,
54 tal che di comandare io la richiesi.
55 Lucevan li occhi suoi più che la stella;
56 e cominciommi a dir soave e piana,
57 con angelica voce, in sua favella:
58 O anima cortese mantoana,
59 di cui la fama ancor nel mondo dura,
60 e durerà quanto ‘l mondo lontana,
61 l’amico mio, e non de la ventura,
62 ne la diserta piaggia è impedito
63 sì nel cammin, che volt’è per paura;
64 e temo che non sia già sì smarrito,
65 ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
66 per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
67 Or movi, e con la tua parola ornata
68 e con ciò c’ha mestieri al suo campare
69 l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.
70 I’ son Beatrice che ti faccio andare;
71 vegno del loco ove tornar disio;
72 amor mi mosse, che mi fa parlare.
73 Quando sarò dinanzi al segnor mio,
74 di te mi loderò sovente a lui.
75 Tacette allora, e poi comincia’ io:
76 O donna di virtù, sola per cui
77 l’umana spezie eccede ogne contento
78 di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
79 tanto m’aggrada il tuo comandamento,
80 che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
81 più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
82 Ma dimmi la cagion che non ti guardi
83 de lo scender qua giuso in questo centro
84 de l’ampio loco ove tornar tu ardi.
85 Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
86 dirotti brievemente, mi rispuose,
87 perch’io non temo di venir qua entro.
88 Temer si dee di sole quelle cose
89 c’hanno potenza di fare altrui male;
90 de l’altre no, ché non son paurose.
91 I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
92 che la vostra miseria non mi tange,
93 né fiamma d’esto incendio non m’assale.
94 Donna è gentil nel ciel che si compiange
95 di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
96 sì che duro giudicio là sù frange.
97 Questa chiese Lucia in suo dimando
98 e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
99 di te, e io a te lo raccomando —.
100 Lucia, nimica di ciascun crudele,
101 si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
102 che mi sedea con l’antica Rachele.
103 Disse: — Beatrice, loda di Dio vera,
104 ché non soccorri quei che t’amò tanto,
105 ch’uscì per te de la volgare schiera?
106 non odi tu la pieta del suo pianto?
107 non vedi tu la morte che ‘l combatte
108 su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto? —
109 Al mondo non fur mai persone ratte
110 a far lor pro o a fuggir lor danno,
111 com’io, dopo cotai parole fatte,
112 venni qua giù del mio beato scanno,
113 fidandomi del tuo parlare onesto,
114 ch’onora te e quei ch’udito l’hanno.
115 Poscia che m’ebbe ragionato questo,
116 li occhi lucenti lagrimando volse;
117 per che mi fece del venir più presto;
118 e venni a te così com’ella volse;
119 d’inanzi a quella fiera ti levai
120 che del bel monte il corto andar ti tolse.
121 Dunque: che è? perché, perché restai?
122 perché tanta viltà nel core allette?
123 perché ardire e franchezza non hai?
124 poscia che tai tre donne benedette
125 curan di te ne la corte del cielo,
126 e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».
127 Quali fioretti dal notturno gelo
128 chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca
129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,
130 tal mi fec’io di mia virtude stanca,
131 e tanto buono ardire al cor mi corse,
132 ch’i’ cominciai come persona franca:
133 «Oh pietosa colei che mi soccorse!
134 e te cortese ch’ubidisti tosto
135 a le vere parole che ti porse!
136 Tu m’hai con disiderio il cor disposto
137 sì al venir con le parole tue,
138 ch’i’ son tornato nel primo proposto.
139 Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
140 tu duca, tu segnore, e tu maestro».
141 Così li dissi; e poi che mosso fue,
142 intrai per lo cammino alto e silvestro.
^ Canto III
The Vestibule of Hell
The Opportunists
1 Per me si va ne la città dolente,
2 per me si va ne l’etterno dolore,
3 per me si va tra la perduta gente.
4 Giustizia mosse il mio alto fattore:
5 fecemi la divina podestate,
6 la somma sapienza e ‘l primo amore.
7 Dinanzi a me non fuor cose create
8 se non etterne, e io etterno duro.
9 Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
10 Queste parole di colore oscuro
11 vid’io scritte al sommo d’una porta;
12 per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
13 Ed elli a me, come persona accorta:
14 «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
15 ogne viltà convien che qui sia morta.
16 Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
17 che tu vedrai le genti dolorose
18 c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
19 E poi che la sua mano a la mia puose
20 con lieto volto, ond’io mi confortai,
21 mi mise dentro a le segrete cose.
22 Quivi sospiri, pianti e alti guai
23 risonavan per l’aere sanza stelle,
24 per ch’io al cominciar ne lagrimai.
25 Diverse lingue, orribili favelle,
26 parole di dolore, accenti d’ira,
27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
28 facevano un tumulto, il qual s’aggira
29 sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
30 come la rena quando turbo spira.
31 E io ch’avea d’error la testa cinta,
32 dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
33 e che gent’è che par nel duol sì vinta?».
34 Ed elli a me: «Questo misero modo
35 tegnon l’anime triste di coloro
36 che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
37 Mischiate sono a quel cattivo coro
38 de li angeli che non furon ribelli
39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
41 né lo profondo inferno li riceve,
42 ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
43 E io: «Maestro, che è tanto greve
44 a lor, che lamentar li fa sì forte?».
45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
46 Questi non hanno speranza di morte
47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
48 che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.
49 Fama di loro il mondo esser non lassa;
50 misericordia e giustizia li sdegna:
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
52 E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
53 che girando correva tanto ratta,
54 che d’ogne posa mi parea indegna;
55 e dietro le venìa sì lunga tratta
56 di gente, ch’i’ non averei creduto
57 che morte tanta n’avesse disfatta.
58 Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
59 vidi e conobbi l’ombra di colui
60 che fece per viltade il gran rifiuto.
61 Incontanente intesi e certo fui
62 che questa era la setta d’i cattivi,
63 a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
65 erano ignudi e stimolati molto
66 da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
68 che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
69 da fastidiosi vermi era ricolto.
70 E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
71 vidi genti a la riva d’un gran fiume;
72 per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
73 ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
74 le fa di trapassar parer sì pronte,
75 com’io discerno per lo fioco lume».
76 Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
77 quando noi fermerem li nostri passi
78 su la trista riviera d’Acheronte».
79 Allor con li occhi vergognosi e bassi,
80 temendo no ‘l mio dir li fosse grave,
81 infino al fiume del parlar mi trassi.
82 Ed ecco verso noi venir per nave
83 un vecchio, bianco per antico pelo,
84 gridando: «Guai a voi, anime prave!
85 Non isperate mai veder lo cielo:
86 i’ vegno per menarvi a l’altra riva
87 ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.
88 E tu che se’ costì, anima viva,
89 pàrtiti da cotesti che son morti».
90 Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
91 disse: «Per altra via, per altri porti
92 verrai a piaggia, non qui, per passare:
93 più lieve legno convien che ti porti».
94 E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
95 vuolsi così colà dove si puote
96 ciò che si vuole, e più non dimandare».
97 Quinci fuor quete le lanose gote
98 al nocchier de la livida palude,
99 che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
100 Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
101 cangiar colore e dibattero i denti,
102 ratto che ‘nteser le parole crude.
103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,
104 l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme
105 di lor semenza e di lor nascimenti.
106 Poi si ritrasser tutte quante insieme,
107 forte piangendo, a la riva malvagia
108 ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
109 Caron dimonio, con occhi di bragia,
110 loro accennando, tutte le raccoglie;
111 batte col remo qualunque s’adagia.
112 Come d’autunno si levan le foglie
113 l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo
114 vede a la terra tutte le sue spoglie,
115 similemente il mal seme d’Adamo
116 gittansi di quel lito ad una ad una,
117 per cenni come augel per suo richiamo.
118 Così sen vanno su per l’onda bruna,
119 e avanti che sien di là discese,
120 anche di qua nuova schiera s’auna.
121 «Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,
122 «quelli che muoion ne l’ira di Dio
123 tutti convegnon qui d’ogne paese:
124 e pronti sono a trapassar lo rio,
125 ché la divina giustizia li sprona,
126 sì che la tema si volve in disio.
127 Quinci non passa mai anima buona;
128 e però, se Caron di te si lagna,
129 ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».
130 Finito questo, la buia campagna
131 tremò sì forte, che de lo spavento
132 la mente di sudore ancor mi bagna.
133 La terra lagrimosa diede vento,
134 che balenò una luce vermiglia
135 la qual mi vinse ciascun sentimento;
136 e caddi come l’uom cui sonno piglia.
Canto IV
Circle One: Limbo
The Virtuous Pagans
1 Ruppemi l’alto sonno ne la testa
2 un greve truono, sì ch’io mi riscossi
3 come persona ch’è per forza desta;
4 e l’occhio riposato intorno mossi,
5 dritto levato, e fiso riguardai
6 per conoscer lo loco dov’io fossi.
7 Vero è che ‘n su la proda mi trovai
8 de la valle d’abisso dolorosa
9 che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.
10 Oscura e profonda era e nebulosa
11 tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
12 io non vi discernea alcuna cosa.
13 «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
14 cominciò il poeta tutto smorto.
15 «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
16 E io, che del color mi fui accorto,
17 dissi: «Come verrò, se tu paventi
18 che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
19 Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
20 che son qua giù, nel viso mi dipigne
21 quella pietà che tu per tema senti.
22 Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
23 Così si mise e così mi fé intrare
24 nel primo cerchio che l’abisso cigne.
25 Quivi, secondo che per ascoltare,
26 non avea pianto mai che di sospiri,
27 che l’aura etterna facevan tremare;
28 ciò avvenia di duol sanza martìri
29 ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
30 d’infanti e di femmine e di viri.
31 Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
32 che spiriti son questi che tu vedi?
33 Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
34 ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
35 non basta, perché non ebber battesmo,
36 ch’è porta de la fede che tu credi;
37 e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
38 non adorar debitamente a Dio:
39 e di questi cotai son io medesmo.
40 Per tai difetti, non per altro rio,
41 semo perduti, e sol di tanto offesi,
42 che sanza speme vivemo in disio».
43 Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
44 però che gente di molto valore
45 conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.
46 «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
47 comincia’ io per voler esser certo
48 di quella fede che vince ogne errore:
49 «uscicci mai alcuno, o per suo merto
50 o per altrui, che poi fosse beato?».
51 E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,
52 rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
53 quando ci vidi venire un possente,
54 con segno di vittoria coronato.
55 Trasseci l’ombra del primo parente,
56 d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
57 di Moisè legista e ubidente;
58 Abraàm patriarca e Davìd re,
59 Israèl con lo padre e co’ suoi nati
60 e con Rachele, per cui tanto fé;
61 e altri molti, e feceli beati.
62 E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
63 spiriti umani non eran salvati».
64 Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
65 ma passavam la selva tuttavia,
66 la selva, dico, di spiriti spessi.
67 Non era lunga ancor la nostra via
68 di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
69 ch’emisperio di tenebre vincia.
70 Di lungi n’eravamo ancora un poco,
71 ma non sì ch’io non discernessi in parte
72 ch’orrevol gente possedea quel loco.
73 «O tu ch’onori scienzia e arte,
74 questi chi son c’hanno cotanta onranza,
75 che dal modo de li altri li diparte?».
76 E quelli a me: «L’onrata nominanza
77 che di lor suona sù ne la tua vita,
78 grazia acquista in ciel che sì li avanza».
79 Intanto voce fu per me udita:
80 «Onorate l’altissimo poeta:
81 l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
82 Poi che la voce fu restata e queta,
83 vidi quattro grand’ombre a noi venire:
84 sembianz’avevan né trista né lieta.
85 Lo buon maestro cominciò a dire:
86 «Mira colui con quella spada in mano,
87 che vien dinanzi ai tre sì come sire:
88 quelli è Omero poeta sovrano;
89 l’altro è Orazio satiro che vene;
90 Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.
91 Però che ciascun meco si convene
92 nel nome che sonò la voce sola,
93 fannomi onore, e di ciò fanno bene».
94 Così vid’i’ adunar la bella scola
95 di quel segnor de l’altissimo canto
96 che sovra li altri com’aquila vola.
97 Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
98 volsersi a me con salutevol cenno,
99 e ‘l mio maestro sorrise di tanto;
100 e più d’onore ancora assai mi fenno,
101 ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
102 sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
103 Così andammo infino a la lumera,
104 parlando cose che ‘l tacere è bello,
105 sì com’era ‘l parlar colà dov’era.
106 Venimmo al piè d’un nobile castello,
107 sette volte cerchiato d’alte mura,
108 difeso intorno d’un bel fiumicello.
109 Questo passammo come terra dura;
110 per sette porte intrai con questi savi:
111 giugnemmo in prato di fresca verdura.
112 Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
113 di grande autorità ne’ lor sembianti:
114 parlavan rado, con voci soavi.
115 Traemmoci così da l’un de’ canti,
116 in loco aperto, luminoso e alto,
117 sì che veder si potien tutti quanti.
118 Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,
119 mi fuor mostrati li spiriti magni,
120 che del vedere in me stesso m’essalto.
121 I’ vidi Eletra con molti compagni,
122 tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,
123 Cesare armato con li occhi grifagni.
124 Vidi Cammilla e la Pantasilea;
125 da l’altra parte, vidi ‘l re Latino
126 che con Lavina sua figlia sedea.
127 Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
128 Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
129 e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.
130 Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
131 vidi ‘l maestro di color che sanno
132 seder tra filosofica famiglia.
133 Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
134 quivi vid’io Socrate e Platone,
135 che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;
136 Democrito, che ‘l mondo a caso pone,
137 Diogenés, Anassagora e Tale,
138 Empedoclès, Eraclito e Zenone;
139 e vidi il buono accoglitor del quale,
140 Diascoride dico; e vidi Orfeo,
141 Tulio e Lino e Seneca morale;
142 Euclide geomètra e Tolomeo,
143 Ipocràte, Avicenna e Galieno,
144 Averoìs, che ‘l gran comento feo.
145 Io non posso ritrar di tutti a pieno,
146 però che sì mi caccia il lungo tema,
147 che molte volte al fatto il dir vien meno.
148 La sesta compagnia in due si scema:
149 per altra via mi mena il savio duca,
150 fuor de la queta, ne l’aura che trema.
151 E vegno in parte ove non è che luca.
Canto V
Circle Two
The Carnal
1 Così discesi del cerchio primaio
2 giù nel secondo, che men loco cinghia,
3 e tanto più dolor, che punge a guaio.
4 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
5 essamina le colpe ne l’intrata;
6 giudica e manda secondo ch’avvinghia.
7 Dico che quando l’anima mal nata
8 li vien dinanzi, tutta si confessa;
9 e quel conoscitor de le peccata
10 vede qual loco d’inferno è da essa;
11 cignesi con la coda tante volte
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa.
13 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
14 vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
15 dicono e odono, e poi son giù volte.
16 «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
17 disse Minòs a me quando mi vide,
18 lasciando l’atto di cotanto offizio,
19 «guarda com’entri e di cui tu ti fide;
20 non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
21 E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?
22 Non impedir lo suo fatale andare:
23 vuolsi così colà dove si puote
24 ciò che si vuole, e più non dimandare».
25 Or incomincian le dolenti note
26 a farmisi sentire; or son venuto
27 là dove molto pianto mi percuote.
28 Io venni in loco d’ogne luce muto,
29 che mugghia come fa mar per tempesta,
30 se da contrari venti è combattuto.
31 La bufera infernal, che mai non resta,
32 mena li spirti con la sua rapina;
33 voltando e percotendo li molesta.
34 Quando giungon davanti a la ruina,
35 quivi le strida, il compianto, il lamento;
36 bestemmian quivi la virtù divina.
37 Intesi ch’a così fatto tormento
38 enno dannati i peccator carnali,
39 che la ragion sommettono al talento.
40 E come li stornei ne portan l’ali
41 nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
42 così quel fiato li spiriti mali
43 di qua, di là, di giù, di sù li mena;
44 nulla speranza li conforta mai,
45 non che di posa, ma di minor pena.
46 E come i gru van cantando lor lai,
47 faccendo in aere di sé lunga riga,
48 così vid’io venir, traendo guai,
49 ombre portate da la detta briga;
50 per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
51 genti che l’aura nera sì gastiga?».
52 «La prima di color di cui novelle
53 tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
54 «fu imperadrice di molte favelle.
55 A vizio di lussuria fu sì rotta,
56 che libito fé licito in sua legge,
57 per tòrre il biasmo in che era condotta.
58 Ell’è Semiramìs, di cui si legge
59 che succedette a Nino e fu sua sposa:
60 tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
61 L’altra è colei che s’ancise amorosa,
62 e ruppe fede al cener di Sicheo;
63 poi è Cleopatràs lussuriosa.
64 Elena vedi, per cui tanto reo
65 tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
66 che con amore al fine combatteo.
67 Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
68 ombre mostrommi e nominommi a dito,
69 ch’amor di nostra vita dipartille.
70 Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
71 nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
73 I’ cominciai: «Poeta, volontieri
74 parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
75 e paion sì al vento esser leggeri».
76 Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
77 più presso a noi; e tu allor li priega
78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».
79 Sì tosto come il vento a noi li piega,
80 mossi la voce: «O anime affannate,
81 venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
82 Quali colombe dal disio chiamate
83 con l’ali alzate e ferme al dolce nido
84 vegnon per l’aere dal voler portate;
85 cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
86 a noi venendo per l’aere maligno,
87 sì forte fu l’affettuoso grido.
88 «O animal grazioso e benigno
89 che visitando vai per l’aere perso
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
91 se fosse amico il re de l’universo,
92 noi pregheremmo lui de la tua pace,
93 poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
94 Di quel che udire e che parlar vi piace,
95 noi udiremo e parleremo a voi,
96 mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
97 Siede la terra dove nata fui
98 su la marina dove ‘l Po discende
99 per aver pace co’ seguaci sui.
100 Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
101 prese costui de la bella persona
102 che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
103 Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
104 mi prese del costui piacer sì forte,
105 che, come vedi, ancor non m’abbandona.
106 Amor condusse noi ad una morte:
107 Caina attende chi a vita ci spense».
108 Queste parole da lor ci fuor porte.
109 Quand’io intesi quell’anime offense,
110 china’ il viso e tanto il tenni basso,
111 fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».
112 Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
113 quanti dolci pensier, quanto disio
114 menò costoro al doloroso passo!».
115 Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
116 e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.
118 Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
119 a che e come concedette Amore
120 che conosceste i dubbiosi disiri?».
121 E quella a me: «Nessun maggior dolore
122 che ricordarsi del tempo felice
123 ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
124 Ma s’a conoscer la prima radice
125 del nostro amor tu hai cotanto affetto,
126 dirò come colui che piange e dice.
127 Noi leggiavamo un giorno per diletto
128 di Lancialotto come amor lo strinse;
129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.
130 Per più fiate li occhi ci sospinse
131 quella lettura, e scolorocci il viso;
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.
133 Quando leggemmo il disiato riso
134 esser basciato da cotanto amante,
135 questi, che mai da me non fia diviso,
136 la bocca mi basciò tutto tremante.
137 Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
138 quel giorno più non vi leggemmo avante».
139 Mentre che l’uno spirto questo disse,
140 l’altro piangea; sì che di pietade
141 io venni men così com’io morisse.
142 E caddi come corpo morto cade.
Canto VI
Circle Three
The Gluttons
1 Al tornar de la mente, che si chiuse
2 dinanzi a la pietà d’i due cognati,
3 che di trestizia tutto mi confuse,
4 novi tormenti e novi tormentati
5 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6 e ch’io mi volga, e come che io guati.
7 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8 etterna, maladetta, fredda e greve;
9 regola e qualità mai non l’è nova.
10 Grandine grossa, acqua tinta e neve
11 per l’aere tenebroso si riversa;
12 pute la terra che questo riceve.
13 Cerbero, fiera crudele e diversa,
14 con tre gole caninamente latra
15 sovra la gente che quivi è sommersa.
16 Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17 e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
18 graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
19 Urlar li fa la pioggia come cani;
20 de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21 volgonsi spesso i miseri profani.
22 Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23 le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24 non avea membro che tenesse fermo.
25 E ‘l duca mio distese le sue spanne,
26 prese la terra, e con piene le pugna
27 la gittò dentro a le bramose canne.
28 Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29 e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
30 ché solo a divorarlo intende e pugna,
31 cotai si fecer quelle facce lorde
32 de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
33 l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
34 Noi passavam su per l’ombre che adona
35 la greve pioggia, e ponavam le piante
36 sovra lor vanità che par persona.
37 Elle giacean per terra tutte quante,
38 fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39 ch’ella ci vide passarsi davante.
40 «O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
41 mi disse, «riconoscimi, se sai:
42 tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
43 E io a lui: «L’angoscia che tu hai
44 forse ti tira fuor de la mia mente,
45 sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
46 Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente
47 loco se’ messo e hai sì fatta pena,
48 che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
49 Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
50 d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51 seco mi tenne in la vita serena.
52 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53 per la dannosa colpa de la gola,
54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
55 E io anima trista non son sola,
56 ché tutte queste a simil pena stanno
57 per simil colpa». E più non fé parola.
58 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
59 mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;
60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno
61 li cittadin de la città partita;
62 s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63 per che l’ha tanta discordia assalita».
64 E quelli a me: «Dopo lunga tencione
65 verranno al sangue, e la parte selvaggia
66 caccerà l’altra con molta offensione.
67 Poi appresso convien che questa caggia
68 infra tre soli, e che l’altra sormonti
69 con la forza di tal che testé piaggia.
70 Alte terrà lungo tempo le fronti,
71 tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72 come che di ciò pianga o che n’aonti.
73 Giusti son due, e non vi sono intesi;
74 superbia, invidia e avarizia sono
75 le tre faville c’hanno i cuori accesi».
76 Qui puose fine al lagrimabil suono.
77 E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni,
78 e che di più parlar mi facci dono.
79 Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80 Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca
81 e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,
82 dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83 ché gran disio mi stringe di savere
84 se ‘l ciel li addolcia, o lo ‘nferno li attosca».
85 E quelli: «Ei son tra l’anime più nere:
86 diverse colpe giù li grava al fondo:
87 se tanto scendi, là i potrai vedere.
88 Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89 priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90 più non ti dico e più non ti rispondo».
91 Li diritti occhi torse allora in biechi;
92 guardommi un poco, e poi chinò la testa:
93 cadde con essa a par de li altri ciechi.
94 E ‘l duca disse a me: «Più non si desta
95 di qua dal suon de l’angelica tromba,
96 quando verrà la nimica podesta:
97 ciascun rivederà la trista tomba,
98 ripiglierà sua carne e sua figura,
99 udirà quel ch’in etterno rimbomba».
100 Sì trapassammo per sozza mistura
101 de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
102 toccando un poco la vita futura;
103 per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
104 crescerann’ei dopo la gran sentenza,
105 o fier minori, o saran sì cocenti?».
106 Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
107 che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108 più senta il bene, e così la doglienza.
109 Tutto che questa gente maladetta
110 in vera perfezion già mai non vada,
111 di là più che di qua essere aspetta».
112 Noi aggirammo a tondo quella strada,
113 parlando più assai ch’i’ non ridico;
114 venimmo al punto dove si digrada:
115 quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
^ Canto VII
Circle Four
The Hoarders and the Wasters
Circle Five
The Wrathful and the Sullen
1 «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
2 cominciò Pluto con la voce chioccia;
3 e quel savio gentil, che tutto seppe,
4 disse per confortarmi: «Non ti noccia
5 la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
6 non ci torrà lo scender questa roccia».
7 Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,
8 e disse: «Taci, maladetto lupo!
9 consuma dentro te con la tua rabbia.
10 Non è sanza cagion l’andare al cupo:
11 vuolsi ne l’alto, là dove Michele
12 fé la vendetta del superbo strupo».
13 Quali dal vento le gonfiate vele
14 caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
15 tal cadde a terra la fiera crudele.
16 Così scendemmo ne la quarta lacca
17 pigliando più de la dolente ripa
18 che ‘l mal de l’universo tutto insacca.
19 Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
20 nove travaglie e pene quant’io viddi?
21 e perché nostra colpa sì ne scipa?
22 Come fa l’onda là sovra Cariddi,
23 che si frange con quella in cui s’intoppa,
24 così convien che qui la gente riddi.
25 Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
26 e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
27 voltando pesi per forza di poppa.
28 Percoteansi ‘ncontro; e poscia pur lì
29 si rivolgea ciascun, voltando a retro,
30 gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
31 Così tornavan per lo cerchio tetro
32 da ogne mano a l’opposito punto,
33 gridandosi anche loro ontoso metro;
34 poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
35 per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
36 E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
37 dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
38 che gente è questa, e se tutti fuor cherci
39 questi chercuti a la sinistra nostra».
40 Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
41 sì de la mente in la vita primaia,
42 che con misura nullo spendio ferci.
43 Assai la voce lor chiaro l’abbaia
44 quando vegnono a’ due punti del cerchio
45 dove colpa contraria li dispaia.
46 Questi fuor cherci, che non han coperchio
47 piloso al capo, e papi e cardinali,
48 in cui usa avarizia il suo soperchio».
49 E io: «Maestro, tra questi cotali
50 dovre’ io ben riconoscere alcuni
51 che furo immondi di cotesti mali».
52 Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
53 la sconoscente vita che i fé sozzi
54 ad ogne conoscenza or li fa bruni.
55 In etterno verranno a li due cozzi:
56 questi resurgeranno del sepulcro
57 col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
58 Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
59 ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
60 qual ella sia, parole non ci appulcro.
61 Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
62 d’i ben che son commessi a la fortuna,
63 per che l’umana gente si rabbuffa;
64 ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
65 e che già fu, di quest’anime stanche
66 non poterebbe farne posare una».
67 «Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
68 questa fortuna di che tu mi tocche,
69 che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
70 E quelli a me: «Oh creature sciocche,
71 quanta ignoranza è quella che v’offende!
72 Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.
73 Colui lo cui saver tutto trascende,
74 fece li cieli e diè lor chi conduce
75 sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,
76 distribuendo igualmente la luce.
77 Similemente a li splendor mondani
78 ordinò general ministra e duce
79 che permutasse a tempo li ben vani
80 di gente in gente e d’uno in altro sangue,
81 oltre la difension d’i senni umani;
82 per ch’una gente impera e l’altra langue,
83 seguendo lo giudicio di costei,
84 che è occulto come in erba l’angue.
85 Vostro saver non ha contasto a lei:
86 questa provede, giudica, e persegue
87 suo regno come il loro li altri dèi.
88 Le sue permutazion non hanno triegue;
89 necessità la fa esser veloce;
90 sì spesso vien chi vicenda consegue.
91 Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
92 pur da color che le dovrien dar lode,
93 dandole biasmo a torto e mala voce;
94 ma ella s’è beata e ciò non ode:
95 con l’altre prime creature lieta
96 volve sua spera e beata si gode.
97 Or discendiamo omai a maggior pieta;
98 già ogne stella cade che saliva
99 quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».
100 Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
101 sovr’una fonte che bolle e riversa
102 per un fossato che da lei deriva.
103 L’acqua era buia assai più che persa;
104 e noi, in compagnia de l’onde bige,
105 intrammo giù per una via diversa.
106 In la palude va c’ha nome Stige
107 questo tristo ruscel, quand’è disceso
108 al piè de le maligne piagge grige.
109 E io, che di mirare stava inteso,
110 vidi genti fangose in quel pantano,
111 ignude tutte, con sembiante offeso.
112 Queste si percotean non pur con mano,
113 ma con la testa e col petto e coi piedi,
114 troncandosi co’ denti a brano a brano.
115 Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
116 l’anime di color cui vinse l’ira;
117 e anche vo’ che tu per certo credi
118 che sotto l’acqua è gente che sospira,
119 e fanno pullular quest’acqua al summo,
120 come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
121 Fitti nel limo, dicon: Tristi fummo
122 ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
123 portando dentro accidioso fummo:
124 or ci attristiam ne la belletta negra.
125 Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
126 ché dir nol posson con parola integra».
127 Così girammo de la lorda pozza
128 grand’arco tra la ripa secca e ‘l mézzo,
129 con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
130 Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
^ Canto VIII
Circle Five: Styx
The Wrathful, Phlegyas
Circle Six: Dis
The Fallen Angels
1 Io dico, seguitando, ch’assai prima
2 che noi fossimo al piè de l’alta torre,
3 li occhi nostri n’andar suso a la cima
4 per due fiammette che i vedemmo porre
5 e un’altra da lungi render cenno
6 tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
7 E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;
8 dissi: «Questo che dice? e che risponde
9 quell’altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».
10 Ed elli a me: «Su per le sucide onde
11 già scorgere puoi quello che s’aspetta,
12 se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».
13 Corda non pinse mai da sé saetta
14 che sì corresse via per l’aere snella,
15 com’io vidi una nave piccioletta
16 venir per l’acqua verso noi in quella,
17 sotto ‘l governo d’un sol galeoto,
18 che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
19 «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto»,
20 disse lo mio segnore «a questa volta:
21 più non ci avrai che sol passando il loto».
22 Qual è colui che grande inganno ascolta
23 che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
24 fecesi Flegiàs ne l’ira accolta.
25 Lo duca mio discese ne la barca,
26 e poi mi fece intrare appresso lui;
27 e sol quand’io fui dentro parve carca.
28 Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,
29 segando se ne va l’antica prora
30 de l’acqua più che non suol con altrui.
31 Mentre noi corravam la morta gora,
32 dinanzi mi si fece un pien di fango,
33 e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
34 E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
35 ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
36 Rispuose: «Vedi che son un che piango».
37 E io a lui: «Con piangere e con lutto,
38 spirito maladetto, ti rimani;
39 ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
40 Allor distese al legno ambo le mani;
41 per che ‘l maestro accorto lo sospinse,
42 dicendo: «Via costà con li altri cani!».
43 Lo collo poi con le braccia mi cinse;
44 basciommi ‘l volto, e disse: «Alma sdegnosa,
45 benedetta colei che ‘n te s’incinse!
46 Quei fu al mondo persona orgogliosa;
47 bontà non è che sua memoria fregi:
48 così s’è l’ombra sua qui furiosa.
49 Quanti si tegnon or là sù gran regi
50 che qui staranno come porci in brago,
51 di sé lasciando orribili dispregi!».
52 E io: «Maestro, molto sarei vago
53 di vederlo attuffare in questa broda
54 prima che noi uscissimo del lago».
55 Ed elli a me: «Avante che la proda
56 ti si lasci veder, tu sarai sazio:
57 di tal disio convien che tu goda».
58 Dopo ciò poco vid’io quello strazio
59 far di costui a le fangose genti,
60 che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
61 Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
62 e ‘l fiorentino spirito bizzarro
63 in sé medesmo si volvea co’ denti.
64 Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
65 ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
66 per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
67 Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
68 s’appressa la città c’ha nome Dite,
69 coi gravi cittadin, col grande stuolo».
70 E io: «Maestro, già le sue meschite
71 là entro certe ne la valle cerno,
72 vermiglie come se di foco uscite
73 fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
74 ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
75 come tu vedi in questo basso inferno».
76 Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
77 che vallan quella terra sconsolata:
78 le mura mi parean che ferro fosse.
79 Non sanza prima far grande aggirata,
80 venimmo in parte dove il nocchier forte
81 «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
82 Io vidi più di mille in su le porte
83 da ciel piovuti, che stizzosamente
84 dicean: «Chi è costui che sanza morte
85 va per lo regno de la morta gente?».
86 E ‘l savio mio maestro fece segno
87 di voler lor parlar segretamente.
88 Allor chiusero un poco il gran disdegno,
89 e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,
90 che sì ardito intrò per questo regno.
91 Sol si ritorni per la folle strada:
92 pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai
93 che li ha’ iscorta sì buia contrada».
94 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
95 nel suon de le parole maladette,
96 ché non credetti ritornarci mai.
97 «O caro duca mio, che più di sette
98 volte m’hai sicurtà renduta e tratto
99 d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,
100 non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;
101 e se ‘l passar più oltre ci è negato,
102 ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
103 E quel segnor che lì m’avea menato,
104 mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo
105 non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
106 Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
107 conforta e ciba di speranza buona,
108 ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
109 Così sen va, e quivi m’abbandona
110 lo dolce padre, e io rimagno in forse,
111 che sì e no nel capo mi tenciona.
112 Udir non potti quello ch’a lor porse;
113 ma ei non stette là con essi guari,
114 che ciascun dentro a pruova si ricorse.
115 Chiuser le porte que’ nostri avversari
116 nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
117 e rivolsesi a me con passi rari.
118 Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
119 d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
120 «Chi m’ha negate le dolenti case!».
121 E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri,
122 non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
123 qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
124 Questa lor tracotanza non è nova;
125 ché già l’usaro a men segreta porta,
126 la qual sanza serrame ancor si trova.
127 Sovr’essa vedestù la scritta morta:
128 e già di qua da lei discende l’erta,
129 passando per li cerchi sanza scorta,
130 tal che per lui ne fia la terra aperta».
Canto IX
Circle Six
The Heretics
1 Quel color che viltà di fuor mi pinse
2 veggendo il duca mio tornare in volta,
3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.
4 Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
5 ché l’occhio nol potea menare a lunga
6 per l’aere nero e per la nebbia folta.
7 «Pur a noi converrà vincer la punga»,
8 cominciò el, «se non... Tal ne s’offerse.
9 Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
10 I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
11 lo cominciar con l’altro che poi venne,
12 che fur parole a le prime diverse;
13 ma nondimen paura il suo dir dienne,
14 perch’io traeva la parola tronca
15 forse a peggior sentenzia che non tenne.
16 «In questo fondo de la trista conca
17 discende mai alcun del primo grado,
18 che sol per pena ha la speranza cionca?».
19 Questa question fec’io; e quei «Di rado
20 incontra», mi rispuose, «che di noi
21 faccia il cammino alcun per qual io vado.
22 Ver è ch’altra fiata qua giù fui,
23 congiurato da quella Eritón cruda
24 che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
25 Di poco era di me la carne nuda,
26 ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
28 Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,
29 e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:
30 ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.
31 Questa palude che ‘l gran puzzo spira
32 cigne dintorno la città dolente,
33 u’ non potemo intrare omai sanz’ira».
34 E altro disse, ma non l’ho a mente;
35 però che l’occhio m’avea tutto tratto
36 ver’ l’alta torre a la cima rovente,
37 dove in un punto furon dritte ratto
38 tre furie infernal di sangue tinte,
39 che membra feminine avieno e atto,
40 e con idre verdissime eran cinte;
41 serpentelli e ceraste avien per crine,
42 onde le fiere tempie erano avvinte.
43 E quei, che ben conobbe le meschine
44 de la regina de l’etterno pianto,
45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
46 Quest’è Megera dal sinistro canto;
47 quella che piange dal destro è Aletto;
48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
49 Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
50 battiensi a palme, e gridavan sì alto,
51 ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
52 «Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,
53 dicevan tutte riguardando in giuso;
54 «mal non vengiammo in Teseo l’assalto».
55 «Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;
56 ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,
57 nulla sarebbe di tornar mai suso».
58 Così disse ‘l maestro; ed elli stessi
59 mi volse, e non si tenne a le mie mani,
60 che con le sue ancor non mi chiudessi.
61 O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
62 mirate la dottrina che s’asconde
63 sotto ‘l velame de li versi strani.
64 E già venia su per le torbide onde
65 un fracasso d’un suon, pien di spavento,
66 per cui tremavano amendue le sponde,
67 non altrimenti fatto che d’un vento
68 impetuoso per li avversi ardori,
69 che fier la selva e sanz’alcun rattento
70 li rami schianta, abbatte e porta fori;
71 dinanzi polveroso va superbo,
72 e fa fuggir le fiere e li pastori.
73 i occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
74 del viso su per quella schiuma antica
75 per indi ove quel fummo è più acerbo».
76 Come le rane innanzi a la nimica
77 biscia per l’acqua si dileguan tutte,
78 fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
79 vid’io più di mille anime distrutte
80 fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
81 passava Stige con le piante asciutte.
82 Dal volto rimovea quell’aere grasso,
83 menando la sinistra innanzi spesso;
84 e sol di quell’angoscia parea lasso.
85 Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
86 e volsimi al maestro; e quei fé segno
87 ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
88 Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
89 Venne a la porta, e con una verghetta
90 l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
91 «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
92 cominciò elli in su l’orribil soglia,
93 «ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?
94 Perché recalcitrate a quella voglia
95 a cui non puote il fin mai esser mozzo,
96 e che più volte v’ha cresciuta doglia?
97 Che giova ne le fata dar di cozzo?
98 Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
99 ne porta ancor pelato il mento e
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